lunedì, novembre 29, 2004

LA CENERENTOLA POLACCA

Tra le tante fortune che la sorte mi ha riservato, c'è stata quella di dover passare un'infanzia da bambina con i piedi piatti.
I bambini con i piedi piatti devono fare degli esercizi con una palletta di spugna sotto i piedi e, soprattutto, indossare degli orribili polacchini ortopedici neri.
I polacchini erano delle scarpe di una tristezza infinita: come indica il nome, la foggia era del tutto simile alle scarpe che passavo lo stato in Unione Sovietica. Il fatto che fossero fatti su misura non migliorava le cose.
L'ortopedico aveva un negozio piccolo e buio. Nel negozio c'era un bancone di legno scuro, sopra il quale mia madre mi faceva appoggiare i piedini per far prendere le misure all'ortopedico. Dietro il bancone c'era un enorme scaffale.
L'unica cosa bella era che l'ortopedico, alla fine, mi dava una caramella al lampone, di quelle esagonali che sono in una scatola tonda di metallo con i frutti disegnati sopra.
All'asilo dovevo quindi andarci con i polacchini, mentre io avrei voluto tanto delle ballerine di vernice, magari con i trafori o le perline.
Mi ero innamorata anche delle stringhe bianche con i cuoricini che vendevano al supermercato; dopo un anno di suppliche ero riuscita a farmele comprare ma, il giorno in cui le ho messe, c'era il funerale di mio nonno, per cui mia madre è venuta a prendermi all'asilo e, una volta a casa, mi ha fatto sedere sulla lavatrice per cambiare le stringhe alle scarpe, perchè non si può andare al funerale con le stringhe di mille colori.

Alla luce di tutto questo è chiaro il mio rapporto conflittuale con le scarpe.

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